Mi scuso con coloro che oggi avrebbero voluto trovare un post su viaggi e itinerari nella natura. Di recente, però, ho partecipato a un evento che mi ha fatto nascere una riflessione su un tema che sento molto vicino; perciò oggi vi beccate questo articolo più introspettivo.
Ebbene, ieri ho partecipato al mio primo book party. Ho invitato anche una mia amica e insieme siamo andate nel luogo indicato. Non avevamo molti dettagli su come si sarebbe svolto l’evento: sapevamo solo che ci sarebbero stati momenti di lettura e altri di condivisione con i presenti. Dovevamo semplicemente portare il libro che stavamo leggendo.
Quando arriviamo, ci spiegano che dopo la prima mezz’ora di lettura avremmo dovuto cercare la persona con il bracciale del nostro stesso colore (che ci avevano fornito all’entrata) e parlarle del libro scelto. Una sorta di speed date dei libri. Io e la mia amica ci guardiamo, sorridendo un po’ imbarazzate: ovviamente non ce lo aspettavamo.
Dopo aver chiacchierato con i nostri rispettivi partner (del libro che ho portato ve ne parlerò prossimamente), facciamo un’altra mezz’ora di lettura. Infine, gli organizzatori ci spiegano che si sarebbero formati quattro tavoli, ognuno con un tema di discussione diverso: viaggio, tecnologia, crescita e solitudine.
Dato che la quasi totalità dei presenti era tra i 25-35 anni, mi ha stupito vedere come molti si siano subito radunati al tavolo della solitudine, lasciando gli altri con solo tre o quattro persone.
Sul tema della crescita me lo aspettavo: se sei adulto, crescere significa (almeno sul piano fisico) invecchiare; sul piano interiore, invece, significa parlare di consapevolezza, scelte, necessità che cambiano col tempo, e dunque può risultare pesante.
Mi sarei invece aspettata una maggiore affluenza ai tavoli dei viaggi e della tecnologia.
Alla fine, anche io e la mia amica scegliamo il tema della solitudine. Purtroppo, però, non riusciamo a trattenerci per ascoltare le riflessioni emerse attorno a quel tavolo così affollato.
Tornata a casa, quindi, ho deciso di scrivere qui le mie considerazioni, perché è un tema che oggi, più che mai — e ne ho avuto la prova — riguarda molti giovani adulti, oltre a me.
Da adolescente non so cosa avrei dato per avere una camera tutta mia e, più in generale, maggiore privacy e spazi personali. Credo di non essermi mai sentita sola fino a dopo l’università, quando ho iniziato a lavorare: quando, insomma, comincia la vita “vera” da adulti.
Ma perché un giovane adulto dovrebbe sentirsi solo?
Dovremmo chiederci anche perché un trentenne — una persona che ha ancora tutta la vita davanti — invece di parlare di viaggi, di luoghi che (guerre a parte) vorrebbe visitare, preferisca parlare di solitudine. Qualcosa che, almeno fino ai miei vent’anni, associavo soprattutto alle persone anziane.
La verità è che nessuno, giovane o vecchio, vorrebbe essere solo: l’uomo è, per definizione, un animale sociale. A chi mi dice che sta bene da solo, faccio fatica a credere. Secondo me anche la persona più burbera, in fondo, non lo vorrebbe davvero, ma ha fatto di necessità virtù.
Allo stesso tempo, però, se dici pubblicamente che ti senti solo, rischi di apparire debole, vulnerabile. Ti dicono che dovresti lavorarci, imparare a conviverci o andare oltre.
Io ho la fortuna di avere degli amici e una famiglia, ma ciò nonostante — soprattutto la sera o nei momenti di vuoto — a volte mi sento sola. Non bisogna vergognarsene, né cercare a tutti i costi di riempire questi spazi.
La solitudine, lo si voglia o no, fa ormai parte di molte delle nostre vite. Penso che i social (che ironia: sono nati per connettere le persone) abbiano in realtà peggiorato la situazione. Si passa più tempo dietro a uno schermo che all’aria aperta, faccia a faccia con gli altri.
Poi c’è da metterci anche una società sempre più individualista. Si vive per lavorare (e non il contrario), guadagnando poco e sfruttati. Nel tempo che rimane si cerca di incastrare tutto il resto, ma rimane ben poco spazio per amici e affetti. Poi però, se vai al supermercato, fatichi a trovare porzioni per uno: sei costretto a congelare gli avanzi o a mangiarli per giorni.
Insomma, oggi per un giovane adulto la vita non è semplice. Ma resta la speranza che un giorno le cose cambino: che tra vent’anni le persone si ritrovino a parlare di viaggi o di altre leggerezze, e che quel tavolo della solitudine, in fondo alla stanza, resti vuoto.
P.S. Spoiler: no, non ho trovato l’anima gemella al book party. Ma ringrazio e saluto la mia “partner di libro”, Maria Elena, che oltre ad aver ridotto il mio imbarazzo (anche perché era una donna), mi ha consigliato la lettura di “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco.
Elisa
























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